"Leo", recensione di Gina Sorace

Giallo. Credibile. Introvabile. Favola moderna. Anedonia.
Ecco, ho descritto il perimetro di questo favoloso scritto. 
Prima di gettare sul gruppo le mie impressioni, compio una riflessione, scontata, probabilmente: vanno letti i romanzi contemporanei perché ci fanno capire bene il vissuto in cui siamo immersi.
È un monito verso me stessa in prima battuta, da sempre anelante verso i classici e rivolta con sprezzante supponenza ai farlocchi ovvi prodotti della letteratura uscita dopo Cassola.
Invece, no.
Ci sono cose da dire, cose del nostro tempo. Esse vanno conosciute, lette per essere sperimentate e poi applicate alla disamina del nostro reale.
Il protagonista è Leo, un ragazzo sardo, che puzza. Da far svenire.
Puzza perché è faticoso per lui lavarsi ma anche fare le cose del mondo, aprire una finestra, parlare, fare la spesa, condividere con gli altri coinquilini paure e speranze.
Anedonia? Agonia? Asocialità? Tutto questo.
Il “lattuga” trova faticoso il mestiere di vivere e si ammolla col bicarbonato. La schiuma pesa, l’acqua è impegnativa.
Studiare è difficilissimo, memorizzare di più, respirare? neanche a parlarne!
Il nostro Leo assisterà ad un omicidio. Nessuna emozione.
Ad una esplosione.
Nessun batticuore.
Una narrazione specialissima, nessun dialogo, o pochissimi.
Leo con le sue allucinazioni che confondono il lettore e lo ottonebrano, più del Taurasi che a lui non piace per nulla.
Lui non sente. Nulla.
Il suo reale è spaventoso ed il lettore rimane dentro le sue visioni.
Consiglio questo libro a cui vuol vedere cosa è oggi la difficoltà di esistere.
Stupefacente.
Io, lo dico in sordina, per incuriosire ma ancbe per apporre adeguata chiosa alla recensione, avrei “aggravato” in maniera pesante il finale.
Vedete? Leo farà ammalare tutti voi. I suoi sono nervi scoperti, inadatti al mondo.
Voto 8.


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