Qualche riflessione, a caldo, dopo la lettura di "Crash" di Daniela Piras (di Valentina Olianas)

Il titolo, anzitutto. “Crash” è il titolo del primo degli undici racconti che, come nella migliore tradizione, dà il titolo all’intera raccolta. Pertinente col primo racconto, come ovvio, questo titolo sembra estendere il fragore del “crash” a tutta la sequenza degli altri dieci. Lo “scontro” (letteralmente) si coglie in molti punti, principalmente quello tra realtà e proprie aspettative (Crash, Il cliente, Un cortile in comproprietà), tra realtà “vera” e quella rappresentata dai social (Il pacco) o semplicemente “percepita”, (Subaffitto, L’appeso).

Il tema che sottende questa narrazione è il “lavoro”, soprattutto il lavoro che non c’è: il lavoro come aspirazione, come miraggio, come ossessione. Se questo è il filo conduttore della narrazione, si profilano di volta in volta altri temi legati a quello principale, come il degrado, quello urbano e, talvolta, umano (L’equivoco, Un cortile in comproprietà, Suor Francesca, Crash). Brevi storie, una narrazione lineare, lucida, efficace. Poche righe ed ecco il personaggio, pronto a raccontarsi, a rivelarsi.

Massimiliano e Alessandro, percorsi personali diversi, finiscono per ritrovarsi “nella stessa situazione psicologica ed economica”: il dramma di non trovare un lavoro si tramuta in rabbia, la frustrazione fa sì che prendano corpo, addirittura, propositi criminali, seppure non portati a compimento (Crash). Anche Mirco e Piero hanno alle spalle percorsi personali diversi, hanno studiato, ma esibiscono reciprocamente professioni “immaginarie”, con celato pudore (Il cliente). Nei dialoghi concisi e mai banali rimbalza in varie pagine un “J’accuse” (mi viene da definirlo così), quello di una generazione che oscilla tra la rassegnazione e la rabbia. E dove non c’è ampio spazio per la speranza, consegnata alla frase di rito “la crisi finirà”.

Tra tutti mi sono molto piaciuti “La guerra è finita” e “Il volantino”. Il primo perché descrive in maniera molto efficace le nevrosi che si possono innescare in condizioni di eccessivo stress non solo da lavoro ma “a causa” del lavoro, situazione indotta dal senso di precarietà, per esempio. Il secondo perché, a parte il finale “noir” avvolto nel più fitto mistero, descrive una situazione, come il primo, di emblematica precarietà.

Molte riflessioni si dipanano dopo questa lettura e tante meriterebbero a pieno titolo un’analisi appropriata, sul piano dei diritti, per esempio.
Questi undici racconti mi sono molto piaciuti: per il tema trattato e la scrittura efficace e scorrevole. Per certi versi, il libro, ha un suo profilo sociologico perché descrive realisticamente, aldilà della finzione letteraria, uno spaccato della società dei nostri giorni.


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